Elena Cremonesi, trent’anni, di professione dottoressa dell’Ospedale Maggiore di Parma, è una volontaria di Mediterranea Saving Humans. Per gli attivisti di Parma si occupa delle relazioni esterne. L’abbiamo intervistata per meglio conoscere le attività di Mediterranea di Parma.Perché hai scelto di fare la volontaria per l’associazione Mediterranea?
Mi occupo di salute delle persone migranti da anni, anche per via del mio percorso di studi legato alla medicina delle migrazioni. Il mio interesse per il mondo migratorio nasce da lontano. Ho conosciuto Mediterranea Saving Humans nel 2018. A Parma, nel 2022, è nato l’equipaggio di terra cittadino. Mi piaceva il motivo per cui Mediterranea è nata: dalla necessità di fare fronte a un’imposizione governativa. La nostra idea è chiara: non possiamo accettare che delle persone vengano lasciate morire in mare.
Il 2018 è stato uno dei momenti in cui si registravano moltissime morti nel Mediterraneo e Mediterranea è nata proprio per rispondere a questa emergenza. C’erano politiche migratorie molto dure, con respingimenti continui. Oggi, a mio avviso, stiamo vivendo il momento peggiore, perché si sta persino strumentalizzando la figura degli attivisti, dei medici, degli insegnanti, dipingendoli come avversari dell’accoglienza. Basta pensare alla questione dei CPR, con medici finiti sotto indagine.
Come si svolgono le missioni?
Alcuni di noi, medici e operatori sanitari, partecipano direttamente alle missioni in mare. Abbiamo a disposizione due navi: la Mediterranea (operativa) e la Mare Jonio al momento in cantiere. A volte svolgiamo missioni anche con la “Safira”, una barca a vela messa a disposizione da privati che fanno parte di Mediterranea.
In quale zona operate?
Nel Mediterraneo centrale. Partiamo da Lampedusa e ci spingiamo il più possibile verso le acque internazionali. Talvolta arriviamo anche oltre, vicino alle acque libiche, dove però operare è molto più complicato. Cerchiamo di agire sempre nel rispetto della legalità. È successo che motovedette libiche aprissero il fuoco contro di noi in acque internazionali.
Quanto durano le missioni?
Noi diamo disponibilità annuali e restiamo in mare dai 14 ai 20 giorni. Ci si imbarca a Lampedusa, si resta in mare il tempo necessario e poi si rientra.
Come intercettate le imbarcazioni in difficoltà?
Riceviamo segnalazioni mayday relative a barche alla deriva, spesso tramite altre imbarcazioni o aerei (in quest’ultimo caso mayday relay). A volte, invece, siamo noi a intercettare casualmente le barche grazie ai radar, anche senza segnalazioni preventive.
Indicativamente quante persone soccorrete a missione?
Può capitare di soccorrere 30 persone ma anche gruppi di 50 o più.
Che rapporti avete con la Guardia Costiera italiana?
Chiediamo sempre il loro supporto, ma abbiamo un rapporto controverso: da una parte prevale la legge del mare, quindi si esce e si soccorrono le persone; dall’altra, l’orientamento politico di questi anni ha fatto sì che il nostro operato non sia sempre visto positivamente. Talvolta abbiamo incontrato atteggiamenti ostruzionistici.
Qual è il ruolo delle milizie libiche?
Capita che le imbarcazioni vengano intercettate anche a poche miglia dalle cosiddette milizie libiche e che le persone vengano riportate nei centri di detenzione in Libia nei quali molti migranti vengono incarcerati e sottoposti a torture, anche per mesi o anni. Spesso devono pagare per uscire dai centri di detenzione e poi cercano nuovamente di partire, affidandosi a viaggi costosissimi e a imbarcazioni non adatte alla traversata.
Dove vengono fatti sbarcare i migranti salvati?
Per ogni imbarcazione viene assegnato un POS, cioè un porto sicuro. Negli ultimi anni ci vengono indicati porti sempre più lontani, ad esempio Ravenna. Capita di violare un’ordinanza perché le persone soccorse non erano in condizioni di affrontare un viaggio così lungo: c’erano minori e persone molto fragili o disabili.
Un tempo veniva assegnata più spesso Lampedusa; oggi invece i porti lontani vengono utilizzati anche come forma di deterrenza.
Qual è il periodo dell’anno in cui avvengono più partenze?
Dipende molto dalle condizioni del mare: in inverno le partenze diminuiscono perché il mare è più difficile. Da aprile in poi aumentano.
Noi però non possiamo sapere quante persone tentino davvero la traversata, perché tra chi muore in mare e chi viene respinto dalla Guardia Costiera libica esiste una parte invisibile del fenomeno. Si vedono meno arrivi, ma questo non significa necessariamente meno partenze.
Si legge sui giornali che spesso venite sanzionati?
Sì, capita che riceviamo multe che possono andare dai 10 ai 15 mila euro, oltre ai fermi amministrativi delle imbarcazioni.
Come vi finanziate?
Attraverso donazioni e attività di fundraising.
Quali attività svolgete a Parma?
A Parma non svolgiamo attività sanitaria diretta. Organizziamo banchetti informativi, eventi, incontri pubblici, serate e momenti di raccolta fondi per sostenere le missioni.
Oltre in mare, dove operate?
In Ucraina siamo presenti a Leopoli, dove lavoriamo a supporto della popolazione, sia locale sia migrante. La guerra ha provocato un forte peggioramento delle condizioni sociali e sanitarie.
In Cisgiordania, invece, svolgiamo soprattutto attività di supporto non violento alle popolazioni che vivono sotto pressione. Ad esempio a Masafer Yatta accompagniamo i bambini a scuola o gli agricoltori nei campi, per cercare di proteggerli da aggressioni e intimidazioni.
Un altro aspetto fondamentale delle nostre missioni è la documentazione della situazione: la testimonianza diretta è essenziale perché le persone sappiano cosa accade realmente e si possa quindi svolgere attività di sensibilizzazione e coinvolgimento.
Andrea Marsiletti