Il magazine della cooperativa sociale Proges

“I trasporti pedonali dentro l’ospedale sono un vero e proprio viaggio, anche per noi operatori. Grazie Proges”

L’ospedale mi ha sempre fatto tanta paura.

I corridoi tutti uguali, tanti camici in movimento, aghi, strumenti di cui non conosco neanche il nome.

Ciò che mi ha sempre fatto paura è il dolore, stare male e vedere qualcun altro stare male. Oggi, invece, lavoro per la cooperativa Proges e mi occupo dei trasporti interni dei pazienti dell’Ospedale Maggiore. Questo non è il mio lavoro, è solamente un lavoro estivo, quell’occupazione che faccio nei tre mesi in cui l’università mette in pausa le lezioni ed io, che non amo le pause, posso prendermi del tempo per uscire dalla mia comfort zone.

 

I ragazzi del Porto di Coenzo in visita “istituzionale” in Municipio a Colorno. VIDEO

 

In realtà quanto ho scritto prima non è del tutto vero.

La mia intenzione quando ho firmato il contratto per la cooperativa era proprio quella di svolgere un lavoro estivo, qualcosa di passeggero, e spesso che non lascia nemmeno delle tracce nel percorso di una persona, perché d’altronde il mio lavoro del cuore è proprio quello di usare la parola, dire la mia, fare sentire la mia voce anche attraverso la scrittura.

Durante questi mesi le cose sono andate diversamente: ora questo non è soltanto un lavoro estivo per me, ma è un mezzo attraverso il quale mi sento cresciuta e che porterò sempre nel cuore.

È la seconda estate di fila che lavoro per Proges, e posso dire che nonostante i miei 20 anni mi senta profondamente cambiata, ho aggiunto un tassello in più per definirmi donna e non più ragazza, anche se la strada è ancora molto lunga.

Sensazioni nuove sono quelle che ho provato quando passo dopo passo entravo in un reparto diverso, dapprima con un silenzio assordante, sola con i miei pensieri, con le mie voci: e adesso dove devo andare? Che strada devo fare? Sì, perché l’ospedale è un vero e proprio labirinto al proprio interno. Piano piano però questa struttura ha iniziato a prendere forma, ad assumere suoni e colori: le pareti verdi, azzurre, arancioni, i pavimenti di sfumature diverse, le voci degli infermieri con cui ho iniziato a familiarizzare e scambiare qualche battuta in più rispetto alle semplici chiacchiere in cui si chiedono le generalità del paziente. Questo lavoro infatti mi ha aiutata molto anche a relazionarmi con le persone più grandi di me, che svolgono un lavoro diverso dal mio.

Soprattutto, quello che ha contraddistinto il mio percorso all’interno dell’ospedale sono le persone con cui ho avuto dei rapporti umani. Non si può credere a quello che dico se non lo si prova veramente, e allora viene molto semplice comprendere come una carezza ad un paziente, un chiedere come stai, provare a rincuorare un parente sono un piccolo gesto ma con un significato grandissimo. I pazienti sono tutti unici, tutti talmente tanto speciali che sono riuscita a tornare a casa ogni giorno con una storia diversa, bella o brutta che fosse.

Ma, in verità, non esistono storie belle e storie brutte, esistono solo le storie.

Esiste il paziente con cui scambi le battute sul calciomercato e il paziente con cui ti ritrovi a parlare di letteratura (ciao Paolo!), e poi ci sono quelle persone che lavorano con te con cui riesci a trovare le famose affinità elettive, con cui durante le otto ore di lavoro riesci a vedere oltre la mascherina e a scoprire il mondo che ha dentro, perché legare insieme con un paziente fa legare anche noi due colleghi. Qui sono riuscita a trovare dei colleghi che non sono semplicemente colleghi, che finite le otto ore lavorative si ferma il rapporto: ho trovato delle persone che posso definire amiche e che anche al termine del mio contratto porterò sempre con me.

Alla fine sono diventata da semplice ragazza vestita di azzurro a una persona con una nuova consapevolezza: prima di questo lavoro non sapevo neanche che cosa fossero i trasporti pedonali all’interno dell’ospedale, perché non si dà abbastanza importanza a questa mansione che in realtà è fondamentale per i pazienti e per le persone che vi stanno intorno. Questo lavoro fa muovere l’ospedale intero letteralmente, perché anche grazie a tutti noi i pazienti riescono a fare le visite di cui hanno bisogno, riescono ad essere curati in tempo nel momento in cui arriva un’emergenza, riescono ad ascoltare una parola di conforto quando non hanno nessuno che gliela possa dire.

 

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I trasporti pedonali, spesso considerati quasi l’ultima ruota del carro all’interno del sistema ospedaliero, sono per me una forte realtà che si distingue per la sua precisione.

Ognuno di noi ha una propria radio attraverso la quale comunica con i colleghi della centrale, che ci dicono dove andare e conoscono tutti i percorsi possibili. Libera! è quell’esclamazione che dico sempre molto fiera appena finisco un servizio, in attesa di un altro. Quando sei con le persone giuste lo senti, perché si scambiano le battute divertenti sul cognome strano quasi impronunciabile, si sente una voce amica dall’altra parte, e così capisci di non essere solo un numero che è quello assegnato dalla radio. È un lavoro che, per quanto possa sembrare semplice, è molto complesso, perché richiede lo sforzo di tantissime persone che messe insieme possono veramente dare una spinta immensa a tutte le altre che riempiono i reparti ospedalieri.

 

 

Proges, a parer mio, è riuscita a dare vita ad un sistema efficace e a dare dignità maggiore ad ognuno di noi.

Passo dopo passo, sforzo dopo sforzo, ho imparato che non esiste confine tra noi persone, ma esiste solo un muro invisibile che abbattiamo nel momento in cui decidiamo di voler conoscere un universo diverso dal nostro… grazie Proges per questo viaggio estivo, e, ancora una volta, ci rivediamo il prossimo anno.

Serena Citriniti

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