Lo scorso 26 marzo, presso l’Auditorium dell’IC Montebello di Parma, si è tenuto l’incontro di formazione “Generazioni alla seconda: quali identità? Scuola, extrascuola, famiglia e società: cosa significa essere figli di migranti”, promosso dal Comune di Parma insieme a Proges, Consorzio Solidarietà Sociale e Mediagroup 98. Un appuntamento rivolto a insegnanti, educatori, mediatori culturali e operatori scolastici, nato con l’obiettivo di promuovere il benessere e il successo formativo degli studenti e contrastare la dispersione scolastica.
A guidare la riflessione è stato lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Bertolino, del Centro Frantz Fanon di Torino, che ha offerto uno sguardo profondo sulle sfide contemporanee legate alle seconde generazioni. Fin dalle prime battute è emersa la necessità di fermarsi e interrogarsi sul tempo che stiamo vivendo: “Se siamo ancora qui a parlarne è perché abbiamo bisogno di un momento di riflessione comune, trasversale, per chiederci se questa società è in grado di depositare conoscenza e fare tesoro delle esperienze migratorie”. Negli anni, infatti, sono stati costruiti spazi e progettualità significative, ma spesso rimaste circoscritte; da qui l’urgenza di ripartire da quanto già realizzato, per comprendere cosa mantenere e cosa trasformare.
Uno dei passaggi più rilevanti dell’incontro ha riguardato il cambio di prospettiva necessario: “Non stiamo parlando dei figli dei migranti, ma stiamo parlando di noi e dei nostri bambini”. La scuola, in quanto luogo di costruzione della cittadinanza, si trova infatti al centro di una contraddizione profonda: accoglie e forma bambini e ragazzi che, pur crescendo in Italia, non sempre sono riconosciuti come cittadini. “Ogni volta che si siedono in classe, si trovano nel luogo in cui si costruisce il cittadino, senza essere riconosciuti come tali. Una tensione che attraversa quotidianamente le loro esperienze e che contribuisce a ridefinire il rapporto con le istituzioni e con l’autorità.”
Il tema delle seconde generazioni non può essere affrontato senza includere le famiglie. I percorsi migratori ridefiniscono ruoli ed equilibri, spesso portando i figli a sviluppare competenze sociali e linguistiche più rapide rispetto ai genitori, fino ad assumere funzioni di mediazione. “Questi figli fanno nascere i genitori come soggetti sociali nello Stato” ha osservato Bertolino, evidenziando come questa dinamica possa generare tensioni e conflitti, soprattutto nella fase adolescenziale. In questo scenario, anche le strategie messe in atto dalle famiglie per proteggere i figli possono avere effetti ambivalenti. “Si cambia un nome, si rinuncia a una lingua, a un’appartenenza”, ha spiegato, sottolineando come questi sacrifici, pur motivati dal desiderio di tutelare, possano contribuire a creare un vuoto identitario nei ragazzi.
Nel contesto italiano, la scuola emerge come uno dei principali luoghi di incontro tra differenze, spesso l’unico in cui bambini e ragazzi condividono quotidianamente esperienze, linguaggi e relazioni.
“La scuola è il vero spazio di intercultura in Italia: è lì che i bambini stanno insieme, si confrontano, vivono la differenza. Questa centralità richiede però un lavoro intenzionale e strutturato di mediazione culturale e sociale: non si tratta solo di riconoscere le differenze, ma di costruire dispositivi che le sappiano attraversare. Un impegno che riguarda tutte le famiglie, perché la difficoltà di trasmettere appartenenza e identità non è solo delle famiglie migranti, ma è una questione che riguarda tutti”.
