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La sfida del welfare di comunità per la cooperazione sociale dell’Emilia-Romagna

In Emilia-Romagna la cooperazione sociale consolida il proprio ruolo di infrastruttura strategica del welfare territoriale, con 168 cooperative aderenti a Legacoop Emilia-Romagna, oltre 45.000 addetti e un valore della produzione che supera 1,7 miliardi di euro. Un sistema che ogni anno raggiunge più di 930.000 cittadini, confermando una presenza capillare e radicata nel territorio.

I dati, elaborati da Prometeia ed Euricse, evidenziano una crescita media del fatturato dell’8,2% nel triennio 2022-2024, trainata in particolare dalle cooperative di maggiori dimensioni, mentre quelle medie mostrano un ritorno ai margini operativi pre-Covid.

La cooperazione sociale rappresenta un pilastro operativo del welfare regionale: assiste circa 24.000 anziani a domicilio, gestisce 193 strutture residenziali con oltre 35.000 ospiti, 67 centri diurni per la disabilità e 64 laboratori protetti.

La cooperazione sociale, inoltre, è la forma di impresa che occupa la maggior parte delle persone con disabilità, svantaggiate e fragili in regione; nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo associate a Legacoop Emilia-Romagna, lavorano stabilmente 5.484 persone di cui 2.000 con disabilità o svantaggiate e almeno 1.500 fragili. Persone cui il lavoro consente una stabilità di vita.

Un’infrastruttura che interviene in ambiti cruciali, dalla non autosufficienza alla salute mentale, dall’infanzia all’inclusione sociale.

 

 

A fronte di questa capacità, cresce la pressione sul sistema. Le tensioni geopolitiche, le emergenze climatiche e le evoluzioni tecnologiche incidono direttamente sulla sostenibilità dei servizi attraverso l’aumento dei costi energetici, le spese per corrispondere alle esigenze di cybersecurity, l’aumento delle polizze assicurativi. Allo stesso tempo, l’invecchiamento della popolazione e la crescita della domanda di assistenza, accompagnate dal costante emergere di nuovi bisogni, mettono in evidenza i limiti della sola risposta pubblica. Lo conferma un dato: il 28% della spesa sociale comunale è coperto da interventi di secondo welfare, cioè da risorse private e comunitarie che integrano quelle pubbliche.

Il tema del riposizionamento strategico della cooperazione sociale è stato al centro della riunione della Direzione di Legacoop Emilia-Romagna, che si è tenuta a Bologna, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Massimo Ascari, presidente di Legacoop sociali; Giulia Casarini, coordinatrice area Welfare di Legacoop Emilia-Romagna e dei rappresentanti di alcune cooperative sociali. I lavori sono stati conclusi da Simone Gamberini, presidente di Legacoop Nazionale.

“Il modello basato per decenni su una forte dipendenza dalla spesa pubblica oggi non è più sufficiente – sottolinea Daniele Montroni, presidente di Legacoop Emilia-Romagna – La cooperazione sociale non può essere considerata un semplice esecutore di servizi, ma una componente strutturale del sistema, capace di generare valore per le comunità e di contribuire alla progettazione delle politiche di welfare. Il percorso di riposizionamento, delineato insieme al settore e ai territori, punta a superare la logica dell’appalto come unico strumento di relazione con il pubblico, rafforzando modelli di co-programmazione e co-progettazione. Parallelamente, si apre la sfida dello sviluppo di nuovi ambiti di attività, anche nel mercato privato, mantenendo accessibilità e qualità dei servizi”.

 

 

Il passaggio indicato è quello da un welfare di prestazione a un welfare di comunità: un modello in cui la cooperazione sociale agisce come soggetto coprotagonista, capace di integrare pubblico e privato e di rispondere a bisogni sempre più complessi e personalizzati. Una trasformazione che, nei territori dell’Emilia-Romagna, appare sempre più necessaria per garantire tenuta sociale e sviluppo inclusivo.

L’innovazione rappresenta un asse centrale di questa evoluzione, attraverso investimenti in telemedicina, domotica e digitalizzazione, innovazione di processo e promozione di nuovi modelli di servizio, accompagnati dalla costruzione di sistemi avanzati di misurazione dell’impatto sociale. In questo quadro, le cooperative di tipo B sono chiamate a svolgere un ruolo strategico anche nella transizione ecologica: un ambito in cui è possibile coniugare sostenibilità ambientale e inclusione lavorativa, trasformando la spesa sociale in leva di sviluppo e generando nuova occupazione, in particolare per donne e giovani.

 

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