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Nao: un robot per la riabilitazione cognitiva. Intervista a Olimpia Pino (Unipr)

Nel laboratorio di Psicologia Cognitiva dell’Università di Parma (Dipartimento di Medicina e Chirurgia, unità di Neuroscienze) c’è un robot, Nao H25, utilizzato per la riabilitazione cognitiva in individui che presentano una diagnosi di compromissione cognitiva lieve, che può manifestarsi anche in persone abbastanza giovani. A coordinare l’équipe, formata da Nadja de Carolis e Giuseppe Palestra (Università di Bari) e da Jacopo Aleotti, Alessandro dal Palù, Riccardo Monica (Università di Parma) è Olimpia Pino, docente di Psicologia Generale, che ParmaDaily ha intervistato.

Da dove parte la sua ricerca e perché ha iniziato a utilizzare la robotica?

L’applicazione della robotica come tecnologia assistiva per me è uno degli ultimi progressi. Io ho sempre indagato la memoria: ho fatto questo per le tesi di laurea e di specializzazione. Sono in effetti, fortemente affascinata dalla memoria, forse anche perché io l’ho abbastanza spiccata come dote naturale. È uno dei processi fondamentali della mente umana, è la capacità di apprendere e di ricordare ed è fondamentale per la vita e il nostro sviluppo, perché implica la capacità di essere noi stessi e di trasportarci nel tempo e nello spazio, mantenendo una identità. Noi siamo la nostra storia. Per questo è terrificante quando questa capacità viene compromessa o persa a causa di malattie neuro-degenerative.

 

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Dove può agire la scienza?

La scienza agisce a livello di prevenzione con indagini genetiche, ci sono sempre più analisi con biomarcatori che offrono la possibilità di identificare disturbi sempre più precocemente. L’importanza della diagnosi precoce è essenziale perché permette interventi tempestivi e strutturati con programmi di riabilitazione, basati su evidenze scientifiche, che in taluni casi non permettono di recuperare la memoria del tutto, ma di rallentare il decorso della malattia.

Lei si occupa della compromissione cognitiva lieve. Di cosa si tratta?

Riguarda le persone che cominciano ad avere alcuni deficit di memoria, per esempio dimenticano dove hanno parcheggiato l’auto o hanno qualche problema di orientamento spazio-temporale. Sono deficit che rientrano nel “disturbo neurocognitivo minore” che vengono sì evidenziati da una serie di indagini neuropsicologiche, ma che non hanno un impatto sulla vita quotidiana, nel senso che le persone continuano a lavorare e a vivere una vita normale.

A livello emotivo, invece, possono giungere a tormentare chi ha una familiarità con le malattie neurodegenerative. Viene chiamata compromissione lieve di tipo soggettivo, vale a dire che le persone notano di avere qualche problema, percepiscono che il proprio funzionamento non sia più quello di prima, ma i test non lo evidenziano.

Le persone che, anche precocemente, cioè attorno ai 50 anni, cominciano ad evidenziare tali problematiche, hanno una probabilità variabile tra il 20 e il 50 per cento di convertire in demenza questo disturbo. Il fattore genetico naturalmente è determinante, ma anche fattori connessi allo stile di vita, ipertensione, alti livelli di colesterolo nel sangue, sedentarietà, mancanza di stimoli intellettivi e sociali lo sono.

Come si può contrastare il fenomeno?

La predisposizione può essere contrastata con fattori di protezione. Per esempio, studiare tanto, accumulare anni di istruzione. Anche la professione svolta, cioè l’impegno cognitivo necessario per svolgere un determinato lavoro, è importante, oltre alle altre attività svolte nel tempo libero.

È una specie di “gruzzolo” che noi chiamiamo riserva cognitiva, un processo adattivo e compensativo del cervello per contrastare o compensare i danni neurali che possono capitare. Per aumentare questa resilienza, come scrivo nel mio libro (Ricucire i ricordi. La memoria, i suoi disturbi, le evidenze di efficacia dei trattamenti riabilitativi, ed Mondadori ndr) bisogna “mettere in moto il cervello”. Per esempio imparare una nuova lingua o a suonare uno strumento musicale, darsi possibilità di apprendere e porsi sfide. Sono attività che creano tante connessioni anche fra diverse aree del cervello. Fra i fattori di protezione contano tanto anche lo stile di vita, l’attività fisica svolta.

 

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Quando ha iniziato a lavorare con i robot?

Una decina di anni fa, è un campo di ricerca interdisciplinare, che ha come scopo quello di alleggerire il carico di lavoro degli operatori sanitari. Gli esercizi necessari per la riabilitazione cognitiva spesso sono ripetitivi e possono diventare logoranti e stressanti per l’operatore, ma non per un robot. Fra l’altro, un robot può tenere in memoria, per ogni utente, tutti i test e i compiti svolti, i risultati giusti e quelli sbagliati, l’andamento delle prove. Cosa impossibile da fare per un operatore.

Con il mio gruppo lavoriamo con Nao, un robot umanoide che attualmente stiamo cercando di programmare in modo che l’interazione con l’essere umano sia più naturale possibile. Stiamo lavorando anche a livello della comunicazione verbale, della gestualità, dei colori degli occhi per compensare la mancanza di espressività facciale. In futuro potrebbe essere utilizzato nei centri di riabilitazione o nelle rsa per gli anziani, dove gli stimoli sono molto limitati.

Lo sforzo di programmazione è enorme per rendere un robot capace di interagire con gli esseri umani. Significa prima stabilire in anticipo quali sono i passaggi di un programma di intervento cognitivo, ma anche prevedere tutte le possibili risposte in un’interazione ipotetica con le persone e poi tradurre tutto in un linguaggio di programmazione.

Qual è il passo successivo?

A livello di servizi sanitari sarebbe necessario programmare attività di screening sulla popolazione, perché la prevenzione è determinante anche per diminuire i costi. Diversi studi illustrano chiaramente quanto si può risparmiare con un intervento precoce appena si identifica la compromissione cognitiva, rispetto alla spesa di cura e assistenza a malattia conclamata.

Su cosa sta lavorando ora?

Su un programma di riabilitazione cognitiva che possa essere fruito anche in modalità di tele-riabilitazione. Abbiamo uno studio appena sottoposto al Comitato Etico, incentrato su un’attività di riabilitazione multicomponente che comprende diverse attività come esercizi cognitivi svolti tramite un software a distanza, letture ad alta voce dei nonni ai nipoti, attività fisica in piccoli gruppi, per esempio passeggiate nei parchi cittadini o ginnastica dolce. Sono attività che puntano anche all’aumento della connessione sociale, visto che le persone anziane spesso lamentano di essere soli.

 

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Il futuro del lavoro con i robot qual è per lei?

Come per ogni tecnologia, dipende dall’uso che ne facciamo. Noi cercheremo di renderlo più naturale possibile. Pensi che l’UE, anni fa, ha legiferato per dotare i robot di un’identità con tanto di documento. Le sfide sono tantissime. Per me è quello di aumentare le funzionalità che i robot hanno al momento per essere usati come “robot sociali” con capacità assistive. Ci sono diversi gruppi di ricerca con attive sperimentazioni molto interessanti, come l’inclusione degli umanoidi in una casa domotica dove sono in grado di svolgere attività di compagnia e servizio.

Gli sviluppi futuri riguardano l’applicazione su larga scala e a basso costo dei progressi raggiunti a livello sperimentale. Questo dipende, da un lato, dalla capacità degli scienziati di sensibilizzare la popolazione generale e, dall’altro, dall’apertura mentale della politica e di chi fornisce i servizi verso l’accettazione della tecnologia.

Tatiana Cogo

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