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Nessuno resta fuori: a Parma il confronto su una scuola che accolga davvero tutte e tutti

Proges e Aldia promuovono un dialogo su una scuola  inclusiva

Come si costruisce una scuola capace di accogliere ogni persona? E cosa significa, concretamente, essere una comunità in cui nessuno si senta escluso?

Da queste domande ha preso forma il convegno pubblico “Nessuno resta fuori: per una scuola inclusiva e una comunità di tutte e tutti”, promosso sabato 23 maggio a Parma da Aldia Cooperativa Sociale e Proges Cooperativa Sociale (che gestiscono in Ati il servizio di inclusione scolastica per alunni e studenti con disabilità nelle scuole e per le attività di supporto nel periodo estivo), in collaborazione con il Comune di Parma.

L’incontro molto partecipato, ospitato nell’Aula Filosofi dell’Università degli Studi di Parma, ha riunito pedagogisti, studiose e studiosi universitari, professioniste e professionisti del terzo settore per riflettere insieme sul significato più profondo dell’inclusione scolastica e sociale.

A portare i saluti del Comune di Parma è stata Caterina Bonetti, assessora ai Servizi Educativi, che ha sottolineato come oggi la scuola sia chiamata a ripensarsi profondamente: “Per i servizi educativi è un momento importante. Parlare di inclusione significa costruire spazi e modalità didattiche capaci di rispondere ai bisogni differenti di ogni studentessa e studente. Non riguarda soltanto la disabilità, ma il diritto di ciascuno a trovare nella scuola un luogo in cui sentirsi accolto, riconosciuto e sostenuto nel proprio percorso di apprendimento”.

Annalisa Pelacci, presidente di Proges, ha richiamato il valore umano e relazionale dell’inclusione: “Parlare di inclusione significa prima di tutto interrogarsi sul proprio modo di stare nei contesti e nelle relazioni. Solo se siamo disponibili ad aprirci agli altri possiamo costruire comunità realmente inclusive. È importante che l’integrazione scolastica non venga percepita come un insieme di interventi separati dalla didattica, ma come parte integrante della vita educativa della scuola. Per questo momenti di confronto e ricerca condivisa sono fondamentali”.

Sulla stessa linea anche Mattia Affini, presidente di Aldia, che ha allargato lo sguardo ai diversi volti dell’inclusione: “L’inclusione non riguarda soltanto il tema della disabilità. Parla di identità, differenze culturali, genere, orientamento affettivo e sociale. Ognuno, in momenti diversi della vita, può sperimentare cosa significhi sentirsi ai margini. Per questo la scuola deve essere uno spazio che appartiene davvero a tutte e tutti”.

Il convegno è proseguito con quattro interventi che hanno affrontato il tema da prospettive differenti, intrecciando esperienze personali, ricerca pedagogica e pratiche educative.

 

Barbara Mapelli, pedagogista e autrice del libro “Pedagogia di genere. Educare ed educarsi a vivere in un mondo sessuato”, ha parlato del valore del riconoscimento reciproco e della necessità di mettere in discussione i propri pregiudizi: “L’uguaglianza nasce dal riconoscimento delle differenze. Educare all’inclusione significa imparare a guardarsi dentro, riconoscere stereotipi e preconcetti che ognuno porta con sé e trasformarli in occasioni di crescita”.

Molto intenso anche l’intervento di Espérance Hakuzwimana Ripanti, autrice del libro “Tra i bianchi di scuola” e fondatrice del progetto Narrazioni Contaminate. Sopravvissuta al genocidio in Ruanda e arrivata in Italia da bambina, e poi adottata, ha condiviso la propria esperienza personale di donna italiana nera:

“Nel mio percorso ho incontrato molti ostacoli invisibili fatti di stereotipi e pregiudizi. Oggi più che mai è importante poter affermare la propria identità e sentirsi parte della comunità senza dover rinunciare a ciò che si è”.

Marco Bollani, direttore generale della Come NOI Cooperativa Sociale, realtà nata a Mortara, in provincia di Pavia, grazie all’impegno condiviso di insegnanti e dirigenti scolastici.

Bollani ha raccontato l’esperienza della cooperativa nella costruzione di percorsi di vita indipendente per giovani con disabilità dopo il termine del percorso scolastico, sottolineando l’importanza di progetti personalizzati capaci di accompagnare ogni persona verso autonomia, relazioni e partecipazione sociale.

Un’analisi dei cambiamenti che attraversano il mondo della scuola è arrivata invece da Andrea Pintus, docente dell’Università degli Studi di Parma, che ha chiuso il convegno.

Partendo dai dati demografici e scolastici dell’Emilia-Romagna, Pintus ha evidenziato l’aumento degli studenti con cittadinanza non italiana, delle certificazioni di disabilità e dei disturbi specifici dell’apprendimento. Ma soprattutto ha richiamato l’attenzione sul disagio emotivo diffuso tra adolescenti e giovani.

Secondo i dati (2018-2023) illustrati durante il convegno, il 77,4% delle ragazze e dei ragazzi dichiara di provare ansia a scuola, il 55,9% noia, mentre quasi la metà riferisce sentimenti di insicurezza. Percentuali che crescono con l’età, soprattutto negli istituti superiori.

“Molti dei cosiddetti bisogni educativi speciali”, ha spiegato Pintus, “riguardano in realtà bisogni fondamentali: tempo, ascolto, relazioni e riconoscimento. L’aumento delle certificazioni ci interroga anche sulla capacità della scuola di accogliere le differenze e di rispondere alle condizioni di vita reali di studentesse e studenti”.

Dal confronto emerso a Parma arriva così un messaggio chiaro: l’inclusione non può essere considerata un tema riservato a poche persone o a specifiche fragilità. È una responsabilità collettiva che riguarda il modo in cui la scuola, le istituzioni e l’intera comunità scelgono di guardare alle differenze, trasformandole in una risorsa condivisa.

Tatiana Cogo

 

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